Cosmetica Biodiversa

Cosmetica Biodiversa è un progetto a sostegno della Biodiversità Agricola, inserendo all’interno della formulazione cosmetica ingredienti provenienti da agricolture biodiverse.
È la prima volta che nel campo cosmetico si introduce il concetto di Biodiversità che generalmente viene utilizzato solo ed esclusivamente in agricoltura.
L’obiettivo è quello, attraverso il cosmetico, di valorizzare tali ingredienti attivi, il loro territorio e di preservare la loro varietà biologica.
Pertanto, seguendo la filosofia aziendale, fondata sull’attenzione alla naturalità, alla qualità ed eco sostenibilità, abbiamo intrapreso un percorso che ci consente di sostenere i progetti a favore di:

  • BIODIVERSITÀ
  • TRADIZIONE
  • CULTURA AGRICOLA

L’obiettivo è quello di:

  • Sostenere le produzioni agricole locali italiane
  • Potenziare la richiesta dei prodotti provenienti da agricolture biodiverse
  • Favorire la conoscenza dei prodotti tramite l’utilizzo degli stessi nel campo cosmetico

Olio di Oliva del Ducato – emolliente, protettivo, anti età, sebo simile

La coltivazione dell’olivo in Emilia-Romagna risale a tempi lontani: documenti storici attestano infatti la coltivazione dell’olivo nei secoli passati nei comuni di Bazzano, Mulazzano, Torrechiara, Langhirano, Fornovo, Paderna, mentre nel XVI sec. il primo duca del Ducato di Parma e Piacenza ne fece piantare nella zona di Salsomaggiore. L’Olio del Ducato, il primo olio extravergine dell’Emilia deriva da alcuni olivi millenari che è importante salvare e favorire la moltiplicazione in quanto rappresentano fonti genetiche di grande interesse per le coltivazioni future, meno energivore e più resistenti alle avversità. Da pochissimo tempo ne è stato conservato il germoplasma al fine di riprodurlo mediante agricoltura biodiversa e salvarlo dall’estinzione.

É ottenuto dalla spremitura delle drupe ed è ricco in acidi grassi polinsaturi e contiene una frazione di insaponificabili molto affine al sebo cutaneo, svolge funzionalità protettiva, anti età e sebo sostitutiva oltre ad importanti azioni sul trofismo cutaneo che stimolano processi riparativi di epidermide e derma.

Acqua di Fiori d’Arancio Amaro – tonificante, idratante, rigenerante, astringente

Ottenuta tramite distillazione in corrente di vapore. Non c’è contatto diretto dell’acqua bollente con il fiore: si fa entrare il vapore alla base del recipiente di estrazione e scorrere verso l’alto attraversando la massa di fiori, fino ad arrivare ad un condotto che lo incanala in un vaso dove avviene la distillazione vera e propria. Nel vaso l’acqua di fiori sale verso l’alto e da essa si separa l’olio essenziale che si deposita sulla base del vaso. Di Acqua di Fiori solitamente se ne ottengono circa due litri ogni chilogrammo di fiori distillato. É un ingrediente a sostegno della biodiversità, intesa come l’attività di preservare varietà agro-alimentari legate ad un tipico territorio dalla loro estinzione causata dal massiccio utilizzo nei processi industriali che impongono i prodotti più richiesti dal mercato a discapito della biodiversità, e favorirne quindi la loro ri-coltivazione sui territori d’origine. L’acqua distillata è un valido componente per tonici ad azione restitutiva e rigenerante, emulsioni idratanti ed anti-ageing. É un ingrediente sicuro per l’uso cosmetico. L’origine dell’Acqua Distillata è da Vallebona, valle ligure che fino a pochi decenni fa era coltivata ad aranceti – in particolare alberi di arancio amaro. La Francia e la rinomata cittadina di Grasse non sono molto di distanti da Vallebona e qui, come in altre cittadine vicine al confine, si era affermata la tradizione di distillare acque profumate e oli essenziali per cosmesi. L’economia della valle si basava proprio sulla coltivazione e raccolta dei fiori di arancio da distillare. L’acqua di fiori di arancio amaro era usata anche per bagnare le “Bugie”, un dolce che non si fa solo a carnevale come in altre zone d’Italia, ma che è tipico qui di tutte le feste dell’anno. Oppure veniva bevuta per il suo effetto curativo: si dava infatti ai bambini che soffrivano di mal di pancia. Nel periodo di raccolta, che durava una ventina di giorni in maggio, i raccoglitori arrivavano anche dalle vallate vicine e dalla costa, iniziavano di primo mattino raccogliendo i fiori appena aperti, più umidi, che deponevano su teli di stoffa per farli asciugare delicatamente e portavano poi a distillare prima che facesse troppo caldo. Un lavoro paziente che svolgevano per lo più le donne e le ragazze che non avevano da seguire altri lavori nei campi e che, avendo le mani piccole, riuscivano a svolgere al meglio questo lavoro delicato. Tutto ciò fino agli anni Cinquanta circa. Poi la raccolta dei fiori non è stata più remunerativa e la tradizione si è pian piano persa, così come l’arte della distillazione messa sempre più in crisi dall’industria chimica, capace di ottenere aromi ed essenze artificiali a prezzi bassissimi. La distilleria ha chiuso i battenti, limitandosi per alcuni anni a rivendere essenze prodotte da altri, e gli aranci, non più curati, sono stati man mano decimati da tre gelate storiche: quella del ’69, del ’70 e poi quella dell’85, che ha definitivamente bruciato i pochi alberi rimasti.

Pomodoro di Fiaschetto – antiossidante

A salvaguardia della biodiversità dell’area protetta è stato avviato anche un nuovo progetto: il recupero dell’ecotipo locale del pomodoro di Fiaschetto. Questo pomodorino, dolce, succoso, serbevole, fa parte della storia gastronomica di queste terre della provincia di Brindisi: era la base per la passata di pomodoro che tutte le famiglie, anche quelle urbane, si producevano per l’inverno. Non era pensabile utilizzare un altro tipo di pomodoro, magari più famoso, come il san marzano: in queste zone il sugo rosso della pasta è quello che deriva dalla passata di fiaschetto. Eppure, nonostante questo radicamento, il pomodorino rischiava di sparire: troppo dispendiosa la coltivazione e soprattutto la raccolta, troppo scarsa la quantità di raccolto rispetto alla redditività dei moderni ibridi da sugo. Di qui la sfida, raccolta dall’ente parco, da un vivaista sensibile ai ragionamenti della biodiversità e da un agricoltore disposto al rischio della coltivazione organica dei pomodorini: perché così è stato deciso, quel che si coltiva nel parco deve essere biologico.

Mela Rosa dei Monti Sibillini – tonificante, anti età

La mela rosa dei monti Sibillini è particolarmente ricca di moltissime sostanze funzionali, fra cui alcune importanti pectine, molte vitamine (in particolare A, B, C ed E), il betacarotene, la niazina, i fluoruri, il ferro e gli acidi citrico e malico che svolgono una fondamentale azione cellulo-protettiva.

Ha un’azione rassodante ed anti-age.

Le mele rosa rappresentano un’antica coltivazione da sempre presente nelle Marche, in particolare tra i 450 e i 900 metri di altitudine, sia nelle aree pedecollinari sia nelle valli appenniniche e nei versanti dei Monti Sibillini. Un tempo le mele rosa erano preziose e ricercate soprattutto per la loro serbevolezza: raccolte nella prima decade di ottobre, infatti, si conservano perfettamente fino ad aprile.

Sono stati individuati otto ecotipi di mele appartenenti a tre gruppi, che si diversificano per colore di fondo, sovracolore e consistenza del frutto.

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