Acqua di Fiori d’Arancio Amaro

Ingrediente a sostegno della biodiversità, intesa come l’attività di preservare varietà agro-alimentari legate ad un tipico territorio dalla loro estinzione causata dal massiccio utilizzo dei processi industriali, che impongono prodotti più richiesti dal mercato a discapito della biodiversità, e favorirne quindi la loro ri-coltivazione.

Ottenuta tramite distillazione in corrente di vapore. Non vi è il contatto diretto dell’acqua bollente con il fiore: si fa entrare il vapore alla base del recipiente di estrazione e scorrere verso l’alto attraversando la massa di fiori, fino ad arrivare ad un condotto che lo incanala in un vaso dove avviene la distillazione vera e propria. Nel vaso l’acqua di fiori sale verso l’alto e si separa l’olio essenziale che si deposita sulla base del vaso. Di Acqua di Fiori solitamente se ne ottengono circa due litri ogni chilogrammo di fiori distillato.

L’acqua distillata è un valido componente di tonici ad azione restitutiva e rigenerante, emulsioni idratanti ed anti-ageing. E’ un ingrediente sicuro per l’uso cosmetico.

Deriva da Vallebona, valle ligure, dove fino a pochi decenni fa era coltivata ad aranceti – in particolare alberi di arancio amaro. La Francia e la rinomata cittadina di Grasse non sono molto di distanti da Vallebona e qui, come in altre cittadine vicine al confine, si era affermata la tradizione di distillare acque profumate e oli essenziali per cosmesi. L’economia della valle si basava proprio sulla coltivazione e raccolta dei fiori di arancio da distillare. L’acqua di fiori di arancio amaro era usata anche per bagnare le bugie, un dolce che non si fa solo a carnevale come in altre zone d’Italia, ma che è tipico qui di tutte le feste dell’anno. Oppure veniva bevuta per il suo effetto curativo: si dava infatti ai bambini che soffrivano di mal di pancia. Nel periodo di raccolta, che durava una ventina di giorni in maggio, i raccoglitori arrivavano anche dalle vallate vicine e dalla costa è iniziavano di primo mattino raccogliendo i fiori appena aperti, più umidi, che deponevano su teli di stoffa per farli asciugare delicatamente e portavano poi a distillare prima che facesse troppo caldo. Un lavoro paziente che svolgevano per lo più le donne e le ragazze che non avevano da seguire i lavori nei campi e che avendo le mani piccole riuscivano a svolgere al meglio questo lavoro delicato. Tutto ciò fino agli anni Cinquanta circa: poi la raccolta dei fiori non è stata più remunerativa e la tradizione si è pian piano persa, così come l’arte della distillazione messa sempre più in crisi dall’industria chimica, capace di ottenere aromi ed essenze artificiali a prezzi bassissimi. La distilleria ha chiuso i battenti, limitandosi per alcuni anni a rivendere essenze prodotte da altri, e gli aranci, non più curati, sono stati man mano decimati da tre gelate storiche: quella del ’69, del e ’70 e poi quella dell’85, che ha definitivamente bruciato i pochi alberi rimasti.

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